Da Salò alla fondazione dei Far e l’Msi. Rutilio Sermonti e la nascita del neofascismo nel secondo dopoguerra.

Juan M. de Lara Vázquez*

Abstract

Tra la firma dell’armistizio l’8 settembre 1943 e la nascita della Repubblica italiana, migliaia di italiani si ritrovarono senza una guida politica e dovettero scegliere chi sarebbero stati gli amici e chi sarebbero stati i nemici nella guerra civile che si sarebbe svolta in quegli anni. Nel presente studio si vuole ripercorrere questo periodo attraverso l’esperienza del volontario italiano Rutilio Sermonti che dopo l’armistizio, trovandosi sul fronte greco, aderì dapprima alle Waffen SS Italia e partecipò poi agli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana. La sua figura è utile per ricostruire alcuni dei passaggi che portarono i reduci del fascismo a ritrovarsi nel periodo democratico, e a fondare successivamente il Movimento Sociale Italiano. L’humus culturale di questi anni porterà molti dei “fascisti di sinistra” ad aderire ad organizzazioni vicine a strutture comuniste, mentre altri come Sermonti andranno a conformare le componenti di sinistra del Msi. Servendosi della recente produzione bibliografica e della numerosa documentazione, sita nell’Archivio Centrale dello Stato e in altri archivi italiani, si vuole contribuire a gettare ulteriore luce su questo intenso periodo degli ultimi anni della guerra e dei primi momenti del secondo dopoguerra.

*Università di Catania

Introduzione

A distanza di un secolo dalla nascita di Rutilio Sermonti (1921-2015), la sua traiettoria durante gli ultimi anni del Secondo conflitto mondiale è essenziale per comprendere in che modo l’esperienza della guerra condizionerà la successiva formazione delle organizzazioni politiche, che in diversa misura riprenderanno le tematiche del Ventennio adattandole al nuovo periodo democratico. La sua figura sarà utile in egual modo per ricostruire alcuni dei passaggi che portarono i reduci del fascismo a ritrovarsi nel periodo democratico, e a doversi riorganizzare nei diversi gruppuscoli paramilitari come i Fasci di Azione Rivoluzionaria, per dare luogo successivamente alla nascita del Movimento Sociale Italiano. La vita e il pensiero dei reduci come Sermonti influenzeranno per anni le riflessioni della destra radicale italiana contribuendo attraverso i loro trascorsi e le loro osservazioni a costruire il bagaglio culturale ed ideale del neofascismo italiano.

Sermonti nacque nel seno di una famiglia che lavorerà e si schiererà dalla parte dell’esperienza fascista fino alla fine[1]. Crebbe ricevendo le influenze di quello che alcuni studiosi come de Felice o Sternhell hanno definito “fascismo sociale”[2], cioè quella corrente dello stesso pensiero che dedicava maggiore importanza e attenzione alle questioni economiche e strutturali. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale passò dalla Milizia Universitaria, nella quale era entrato a diciott’anni, fino ad arruolarsi volontario come sergente della IV Legione del Regio esercito. Negli anni successivi, entrò a far parte della divisione motorizzata Piave, per poi servire come sottotenente nella 24º Divisione di fanteria Pinerolo[3]. Successivamente formerà parte della legione delle Waffen-SS Italia per poi andare a combattere nelle fila della Rsi. In questi anni riceverà diverse influenze che lo porteranno, dopo la fine della guerra, a fornire nuove tematiche ad alcune frange del neofascismo che si configurò in quegli anni. Si vedrà altresì in che modo ciò comporterà l’avvicinamento di Sermonti al neotradizionalismo di destra di Julius Evola.

La guerra dopo l’8 settembre

L’8 settembre Rutilio Sermonti si trovava sul fronte greco, dove era inserito nei reparti che combattevano contro le bande partigiane greche e titine[4]. In quel periodo era al comando di un gruppo che operava d’accordo con la 4ª. SS-Polizei-Panzergrenadier-Division. Dopo aver appreso dell’armistizio e della nuova situazione politica italiana decise di non accettare la resa, non consegnare le armi e arruolarsi, assieme ad altri italiani, nelle Waffen SS[5]. In questo periodo sarà decorato con la Croce di Ferro, nel suo caso di II classe[6]. Negli ultimi anni del conflitto, le Waffen-SS furono formate maggioritariamente da volontari non tedeschi; si stima che i volontari italiani oscillarono tra le 15.000 e le 23.000 unità[7]. Come evidenziato dal professore Nicola Guerra, lo studio dei principi politici che animarono i volontari ad aderire alle divisioni tedesche delle Waffen-SS, piuttosto che alle forze armate fasciste italiane, è difficile da evincere attraverso le fonti archivistiche[8]. Tra il 18 marzo 1944 e il 21 aprile 1945 fu pubblicato il periodico Avanguardia. Settimanale della legione SS italiane con l’intento di reclutare nuovi volontari ed esporre il pensiero ufficiale dei soldati italiani nei contingenti a guida tedesca[9]. Attraverso le pagine dei 58 numeri della rivista si ha una testimonianza giornalistica della nascita della divisione, l’evoluzione, le idee e alcune esperienze dei legionari raccontate in essa. Nel caso di Rutilio Sermonti vi sono diverse pubblicazioni, riportate nelle successive note, che riportano sue testimonianze e pensieri dove descrive questo periodo, essendo stato, per ora, difficile reperire materiale attraverso archivi statali o privati. Durante le interviste fatte a Sermonti dal professor Guerra emerge il sentimento europeista che provò Sermonti nel seno delle legioni delle Waffen-SS:

“Il volontario Rutilio Sermonti a proposito dell’europeismo delle Waffen-SS afferma: «lo spirito europeo era molto presente tra gli italiani, era da sempre presente e si chiama Roma, ma non Roma come potenza egemone, ma quella romanità che nel medioevo si integrò con la cultura germanica». Il sentimento europeista, come si denota dalle parole del volontario, porta ad una rilettura della storia nazionale e anche ad una presa di distanza implicita dalla retorica del regime fascista imperniata sul mito dell’Impero Romano come potenza egemone. La prima realizzazione dell’europeismo è attribuita, infatti, a dinamiche sincretiche derivanti dall’apporto culturale delle tribù germaniche alla cultura romana[10].”

La presenza di volontari provenienti da diversi punti dell’Europa favorì quindi il concetto di “Europa-Nazione”, cioè la comunità culturale, spirituale e di destino che caratterizzerà la successiva retorica di Sermonti, e che insegnerà a sua volta a molti esponenti di Ordine Nuovo[11]. L’attenzione verso la natura fu un altro interesse politico che accomunò molti volontari italiani. Questa era il riflesso del pensiero jüngeriano, e si allacciava alle riforme portate avanti dal governo del Terzo Reich in materia di medio ambiente, che a sua volta era stata prodotta dai movimenti culturali e popolari come i Wandervögel[12]. Questi influssi porteranno Sermonti a fondare negli anni ’70, nel seno del Msi, il Fronte Verde assieme al principe Sforza Ruspoli; e al riconoscimento ministeriale, verso la fine degli anni ’80, dell’associazione ambientalista Gruppi di Ricerca Ecologica (GRE) da lui presieduta[13].

Con la graduale ritirata delle truppe germaniche e italiane verso il nord arrivò il congedo di Sermonti dalla legione italiana nell’esercito tedesco, che lo portò a combattere nelle file della Repubblica Sociale Italiana, sempre più isolata a livello internazionale[14]. Uno dei fratelli, il biologo Giuseppe Sermonti, ha riportato che soltanto dopo qualche tempo la sua famiglia apprese dell’adesione del figlio Rutilio alla Rsi, dove servì come ufficiale nella 3ª Divisione fanteria di marina San Marco[15]; corpo che combatté aspramente in diversi campi di battaglia fino alla fine della guerra[16]. La famiglia Sermonti, in questo periodo, decise di spostarsi a Milano per motivi di sicurezza e per il lavoro del padre Alfonso[17]. La Rsi fu vista da molti italiani come una tappa fondamentale del «programma di riscatto dell’Uomo dalla schiavitù delle cose»[18]. Questa era una continuazione della politica sociale che aveva contraddistinto il fascismo sin dall’inizio, presente sin dal programma di San Sepolcro del ’19. In quello che Sermonti denominava lo Stato organico, e che si concretizzava con la socializzazione delle imprese enunciata durante la Rsi, le funzioni pubbliche iniziavano ad essere svolte da organi considerati maggiormente qualificati. In quest’ottica, le decisioni prese dalla base non sarebbero state influenzate da interessi esterni di tipo lobbistico[19]. Non vi erano differenze fra il capitalismo di mercato e il capitalismo di Stato per Sermonti, entrambi erano caratterizzati dallo stesso materialismo, e nessuno dei due poteva garantire alcun tipo di giustizia sociale. Nel 2006, Sermonti pubblicò quello che egli stesso ha definito un pamphlet per rendere omaggio alla Rsi, dove si esalta quello che l’autore definisce un «autentico capolavoro giuridico della Rsi»[20]: la socializzazione delle imprese. Per Sermonti, in un mondo dominato dal turbo-capitalismo l’unica alternativa ad esso era «la contemporanea applicazione del metodo corporativo (subordinazione degli interessi particolari a quelli della comunità; valorizzazione dei corpi intermedi) e di quello socializzatore (gestione delle imprese agli uomini e non al capitale)». Questa linea di pensiero condizionerà diverse generazioni della destra radicale italiana ed europea, che ricorreranno a queste tematiche proponendo una “terza posizione” nemica dei due blocchi che si contenderanno durante la Guerra Fredda.

L’immediato dopoguerra

Qualche settimana dopo il 25 aprile del 1945, Rutilio Sermonti e la sua famiglia, da quel che racconta il fratello minore Vittorio Sermonti, si trovavano in affitto in una casa a Milano. Egli riporta come furono visitati da tre partigiani armati che tentarono di prelevare il fratello maggiore per processarlo in quanto sospetto di essere stato un collaboratore filogermanico[21]. Dopo quel giorno, e data la rischiosa, nonché pericolosa, situazione che stavano vivendo si spostarono verso il sud. Altri reduci del regime come loro, dopo la morte di Mussolini, e con la fine della Rsi, dovettero muoversi nel contesto della nuova situazione politica, dovendo quindi sviluppare nuove strategie[22]. L’azione politica clandestina divenne l’unico modo possibile per potersi riorganizzare, soprattutto nelle grandi città, come Milano o Roma[23]. Nell’inverno del 1944-1945, la Questura di Roma aveva informato il Ministero degli Interni dell’attività di gruppi fascisti repubblicani che si stavano riorganizzando per compiere attività di sabotaggio contro gli Alleati[24]. Una delle esperienze più rilevanti fu quella dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria, dove Rutilio Sermonti partecipò per via dell’ispirazione “interventista” e “diciannovista”. Uno degli obbiettivi principali dichiarati era «la lotta per la integrale attuazione del Fascismo in Italia e nel mondo»[25]. I Far erano già attivi dal 1945 e si organizzarono prevalentemente intorno a reduci come Giuseppe ‘Pino’ Romualdi[26], già vicesegretario del Partito fascista repubblicano[27], Giorgio Almirante e Roberto Mieville nel 1946 con l’obbiettivo di riunire nello stesso contenitore politico tutti i fascisti[28]. Questo raggruppamento, come ha affermato lo storico Giuseppe Parlato, riuscì a divenire il «movimento politico clandestino più significativo del neofascismo»[29]. Gli sforzi di Romualdi furono orientati affinché si ritrovassero dalla stessa parte gli elementi fascisti più prestigiosi e validi[30]. Questo processo, dopo la vittoria referendaria della Repubblica e l’amnistia concessa dal Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, portò alla decisione di istituzionalizzare il neofascismo mediante un partito legale che potesse partecipare alle elezioni. Negli ultimi mesi del 1946, si intensificarono gli incontri grazie alla comune volontà di trovare soluzioni unitarie[31], e si raggiunse il momento culminante con la fondazione del Movimento Sociale Italiano (Msi) il 26 dicembre del 1946. Anche qui Rutilio Sermonti ebbe un ruolo importante come si evince dalla relazione di Giorgio Pini del dicembre 1946, riportata da Giuseppe Parlato nell’Appendice del suo testo Fascisti senza Mussolini[32]. Secondo questa documentazione, Sermonti avrebbe avuto un ruolo chiave nella Commissione Cultura, dedita a configurare la forma del nuovo organismo politico che si stava costituendo[33]. Anche se la maggior parte dei fondatori e membri dei Far abbandonarono la sigla, dopo la fondazione del Msi, l’ala più intransigente continuò con la propria attività giornalistico-divulgativa[34] e politica, organizzata intorno al Direttorio Centrale[35]. Come osserva Nicola Tonietto, la nascita del Msi non riuscì a riunire nel suo seno tutta la galassia neofascista[36]. La questura di Roma verso la metà del 1947 continuava a riportare attività qualificate come terroristiche riconducibili a gruppi che si firmavano con la sigla Far[37]. Ma anche tra quelli che decisero di entrare nel neonato Movimento sociale, molti ebbero delle reticenze e forti dubbi innanzi all’idea di partecipare ad elezioni seguendo un modello democratico, da loro così tanto avversato precedentemente. Nell’intervista pubblicata da Della Rossa, Sermonti ricorda queste rimostranze:

“La nostra preoccupazione era semplicemente che la consuetudine all’elettoralismo, all’assemblearismo e alle decisioni a maggioranza avrebbe finito con lo snaturarci. Mi ricordo che Giacinto tirò fuori il vecchio detto popolare: “chi va con lo zoppo…”. Finimmo col subordinare il nostro assenso alla condizione che il costituendo partito, pur essendo formalmente rispondente alla struttura “democratica” obbligatoria e attenendosi alle nuove regole costituzionali, sarebbe stato munito di un ufficioso ma efficiente “congegno di sicurezza” che lo garantisse da “scivolamenti” e da omologazioni si sorta […] Purtroppo, il “congegno di sicurezza”, che avevamo concepito come una “commissione permanente” composta di camerati moralmente e culturalmente qualificati, ma che rinunziassero a qualsiasi ambizione elettorale, munita di illimitati poteri disciplinari, anche su deputati e altri “rappresentanti” e sullo stesso segretario del partito, non fu mai costituito […] Il MSI finì col trasformarsi in un’agenzia elettorale come le altre, affetto all’interno dal peggior malcostume democratico e interamente governato dai parlamentari, ognuno dei quali (salvo eccezioni che si contano su una mano) di altro non si curava che di coltivarsi il proprio orticello[38].”

Sermonti fu vicino al sindacalismo fascista di sinistra[39], le cui posizioni si scontrarono spesso con le altre componenti dei vari gruppi che si erano succeduti sin dalla fine del Ventennio. Gli esponenti più rivoluzionari come Sermonti furono sin dall’inizio critici nei confronti del Msi, al quale contestarono aspramente la sua scarsa capacità di rinnovamento negli anni[40]. Inoltre, assieme a Enzo Erra e a Pino Rauti, trovarono come punto di riferimento il filosofo tradizionalista romano Julius Evola, recandosi spesso da lui per riscoprire e fare loro il suo pensiero. Considerato uno dei più importanti esponenti del filone culturale della Rivoluzione conservatrice[41], affermava che il fascismo, anche se da egli considerato un movimento di massa e quindi poco elitario, era stata l’ultima manifestazione di una concezione pura dello spirito tradizionale[42]. Gli insegnamenti evoliani, che avevano diversi punti in comune con la weltanschauung nazional-socialista, si andarono a sommare ai principi sviluppati da Sermonti durante il periodo a stretto contatto con le Waffen-SS, portandolo ad assumere una linea che reinterpretava le preoccupazioni di tipo sociale al l’antimodernismo e al tradizionalismo.

Conclusioni

L’esperienza di Rutilio Sermonti è utile per studiare meglio le cause e il modo in cui il Msi, e i gruppi extraparlamentari dove militerà Sermonti prevalentemente, avranno una rilevanza importante nell’Italia repubblicana in quanto, secondo la definizione di Piero Ignazi, essi costituirono un “polo escluso” capace di agglomerare intorno a sé quanti volevano dare continuità all’ eredità del fascismo e della Rsi[43]. Nel contesto della Guerra Fredda l’anticomunismo divenne il collante di molte anime e correnti dello stesso tipo di pensiero. Le analisi e le idee politiche di Sermonti, che matureranno negli anni della guerra, serviranno per dar corpo e per influenzare una parte del pensiero della destra radicale italiana ed europea[44]. Per quanto marginale, il suo percorso è altresì utile per comprendere meglio perché alcune correnti si andranno distaccando dal Msi, ritenendolo non adeguato al raggiungimento di alcuni scopi rivoluzionari. Dopo Ordine Nuovo, e con la dissoluzione dell’URSS e la svolta di Fiuggi, Sermonti militerà e sarà candidato ad elezioni nei principali partiti e gruppi neofascisti. In questo modo diverse generazioni della destra radicale e del neofascismo hanno fatto proprie le tesi corporativiste, l’europeismo, il tradizionalismo, e l’attenzione verso la natura che contraddistinsero l’esperienza e l’ideologia di Rutilio Sermonti.


[1] Figlio di Alfonso Sermonti e di Letizia Marchesano, primo dei sette figli che ebbero. Alfonso Sermonti fu un importante giurista di orientamento sindacale-corporativista che ebbe un ruolo centrale nella produzione dell’architettura costituzionale e giuridica del regime. Durante l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana partecipò ai lavori giurisprudenziali che metteranno in atto diverse parti del Manifesto di Verona.

[2] Per quel che riguarda la componente sociale del fascismo si confrontino: R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965; Z. Sternhell, Nassaince de l’ideologie fasciste, Paris, Fayard, 1989. Di Sternhell si vedano anche le opere precedenti per i suoi studi sul fenomeno fascista francese: Z. Sternhell, La droite révolutionnaire, 1885-1914. Les origines françaises du fascisme, Paris, Seuil, 1978.

[3] M. Afiero, Italiani nella Waffen-SS, Aversa, Ritterkreuz, 2019, p. 125: «La divisione Pinerolo era in Tessaglia (Grecia) fin da giugno 1941, impegnata come forza di occupazione e nella lotta contro le bande partigiane greche».

[4] G. Sermonti, Presentazione, in Rutilio Sermonti. Una vita di pensiero e militanza, a cura di G. Della Rossa, Frattamaggiore, Diana, 2007.

[5] M. Afiero, Italiani nella Waffen-SS, cit., p. 126. Secondo quel che riporta Afiero la maggior parte della divisione Pinerolo decise di non consegnare le armi ai tedeschi e di combatterli assieme ai greci: «L’8 settembre 1943, la divisione Pinerolo, comandata fin da luglio precedente, dal generale Adolfo Infante, era dislocata in Tessaglia, dove aveva condotto una feroce guerra anti-partigiana. Dopo l’armistizio, la divisione rifiutò di consegnarsi ai tedeschi e rispose con il fuoco all’intimazione di cedere l’aeroporto di Larissa. In seguito al disfacimento delle altre divisioni italiane nella zona (Casale, Forlì, Modena e Piemonte), il generale Infante decise di trasferire i propri reparti nella regione montuosa del Pindo, dove stipulò con l’avallo della missione britannica, un patto di collaborazione con i partigiani greci dell’ELAS (Esercito popolare greco di liberazione, guidato dai comunisti) e dell’EDES (Esercito nazionale democratico ellenico, guidato dai monarchici)».

[6] Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, PIA.97,555. In questo fondo si trova il nº 10 del settimanale delle Waffen SS italiane Avanguardia. Settimanale della Legione SS italiana, dove a p. 3 si informa del conferimento di 12 Croci di Ferro al valore. Altre notizie di italiani decorati per il coraggio in combattimento erano state fornite nei numeri del 29 aprile e del 6 maggio 1944.

[7] Gli studi sui reparti composti da italiani delle Waffen-SS non sono numerosi, ancor meno a livello storiografico. Di seguito si elencano alcuni riferimenti bibliografici: R. Lazzero, Le SS italiane, Milano, Rizzoli, 1982; R. Landwehr, Italian volunteers of the Waffen-SS. 24 Waffen-Gebirgs-(Karstaeger) Division Der Ss And 29. Waffen- Grenadier- Division Der Ss (Italienische nr.1), Glendale, Siegrunen, 1987; S. Corbatti- M. Nava, Sentire, Pensare, Volere. Storia della Legione SS italiana, Milano, Ritter, 2001; P. De Lazzari, Le SS Italiane, Milano, Teti, 2002; M. Novarese, La Legione SS italiana, in Storia del Novecento, dicembre 1997; N. Guerra, I volontari italiani nelle Waffen-SS. Pensiero politico, formazione culturale e motivazioni al volontariato, Chieti, Solfanelli, 2014; M. Afiero, Italiani nella Waffen-SS, Aversa, Ritterkreuz, 2019.

[8] N. Guerra, I volontari italiani nelle Waffen-SS. Pensiero politico, formazione culturale e motivazioni al volontariato, Chieti, Solfanelli, 2014, pp. 5-6: «Per rispondere a tali interrogativi non risultano appropriate le fonti d’archivio disponibili che contengono informazioni operative sullo spostamento delle truppe, le operazioni effettuate nel teatro di guerra, gli organigrammi, ma che non forniscono documentazione sul pensiero e il vissuto politico, il retroterra culturale, l’ambiente famigliare, e tutta quella sfera del sentire e delle passioni individuali dei volontari che sfuggono alla reportistica militare».

[9] Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, P.GIO Gi.2.1987. Il primo numero portò il titolo di Avanguardia Europea e ospitò l’editoriale del prof. Giovanni Preziosi. In essa si occupò di tracciare quella che sarebbe stata la linea editoriale e gli obbiettivi.  Recentemente è stato pubblicato Avanguardia. Settimanale della legione SS italiana 1944-1945, a cura di Ernesto Zucconi, Cantalupa, Novantico, 2019. Vi si trova raccolta la collezione completa del settimanale con tutti i numeri della rivista.

[10] N. Guerra, I volontari italiani nelle Waffen-SS, cit., p. 229.

[11] M. Ridolfi, Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica, Milano, Mondadori, p. 174. Si costituì nel 1958 a destra del Msi come alternativa rivoluzionaria alla deriva partitocratica della segreteria missina. Sulla storia di Ordine Nuovo si veda: A. Giannulli & E. Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Milano-Udine, Mimesis, 2017; A. Villano, L’ultima legione nera. Il movimento Ordine Nuovo tra tradizione e rivoluzione (1954-1973), Roma, Edizioni Storia Ribelle, 2008. Si vedano anche, per parte della pubblicistica militante, gli scritti di: F. Reiter, Ordine Nuovo, Roma, Settimo Sigillo, 2007; e S. Forte, Ordine Nuovo Parla. Scritti, documenti e testimonianze, Milano, Mursia, 2020.

[12] N. Guerra, I volontari italiani nelle Waffen-SS, cit., p. 130. Il ritorno alla terra e l’adesione al mondo naturale si contrapponevano alla degenerazione che avevano comportato il capitalismo, l’utilitarismo, il consumismo e l’idea di progresso in senso moderno.

[13] Questa linea sarà ostacolata da buona parte della dirigenza missina, poco sensibile in molti casi a questo genere di tematiche.

[14] M. Franzinelli, Storia della repubblica sociale italiana, 1943-1945, Roma-Bari, Laterza, 2020, p. 34. L’autore riporta come perfino un alleato affine sul piano ideologico come la Spagna di Franco si rapportò in maniera fredda. Sin dall’estate del 1943 l’ambasciatore spagnolo a Roma, Raimundo Fernández Cuesta era rientrato in Spagna e, seguendo la nuova linea di strategia diplomatica promossa dal ministro degli esteri Jordana, non vi fece ritorno. Anche se non ufficialmente, fu nominato un rappresentante spagnolo che si occupò di mantenere i rapporti con il Governo di Salò, il console spagnolo a Milano Carlos Canthal. P. del Hierro, El tándem Sangróniz-Ponce de León. La acción cultural española en Italia durante el primer franquismo, 1945-1952, in Historia del presente, 21, 2013/1, pp.9-27: p. 11. Riguardo il mancato riconoscimento della Rsi a livello internazionale si veda anche: M. Viganò, Il Ministero degli affari esteri e le relazioni internazionali della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), Milano, Edizioni Universitarie Jaca, 1991; e L. Villari, Affari Esteri 1943-1945, Roma, Magi-Spinetti, 1948.

[15] G. Sermonti, Presentazione, cit., p. VI. Nello stesso libro-intervista Sermonti, a p. 113, racconta come la guerra non gli permise di rimanere al corrente degli eventi politici che si succedevano a Salò. Solo attraverso la corrispondenza che intrattenne con la famiglia riuscì ad apprendere novità dei suoi cari e della vita quotidiana repubblicana.

[16] Fondazione della RSI- Istituto Storico, ACTA, Anno XXVI. nº.2, maggio-luglio 2012, p. 8.

[17] V. Sermonti, Giorni travestiti da giorni, Milano, Feltrinelli, 1960, p.142.

[18] G. Della Rossa, Una vita di pensiero e militanza, cit., p. 110. Per una ricostruzione della produzione storiografica sulla Rsi si rimanda a T. Rovatti, Linee di ricerca sulla Repubblica sociale italiana, in Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, 1/2014, gennaio-marzo, anno 55, pp. 287-299.

[19] R. Sermonti, Valori corporativi, Roma, Ciarrapico Editore, 1984, pp. 75-75. Prima ed. 1964.

[20] R. Sermonti, Omaggio alla R.S.I., Napoli, Controccorente, 2006, p. 73.

[21] V. Sermonti, Se avessero, Milano, Garzanti, 2016, pp. 17-19. Le Leggi per la defascistizzazione delle amministrazioni statali avevano avuto inizio già dal 1943 e negli anni successivi ne sarebbero comparse nuove per punire gli illeciti del fascismo e dei suoi collaboratori. Si veda: Z. Algardi, Processi ai Fascisti, Firenze, Parenti, 1958; R. Canosa, Storia dell’epurazione in Italia. Le sanzioni contro il fascismo 1943-1948, Milano, Baldini & Castoldi, 1999; e infine il recente testo di A. Martini, I processi ai fascisti e ai collaborazionisti (1944-1953), Roma, Viella, 2019. Da parte della memorialistica dei reduci si veda: Fondazione della RSI- Istituto Storico, ACTA, Anno XXX. nº. 2, maggio-luglio 2016, p. 1.

[22] G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 21-35. Questo periodo di nuova attività parlamentare e democratica è stato approcciato e studiato recentemente, oltre che dal citato lavoro del professor Parlato, da diversi autori: A. Martini, I processi ai fascisti e ai collaborazionisti (1944-1953), Roma, Viella, 2019; N. Tonietto, La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana (1943-1953), Firenze, Le Monnier, 2019; G. Sorgonà, La scoperta della destra. Il Movimento sociale italiano e gli Stati Uniti, Roma, Viella, 2019; A. Ungari e G. Parlato, Le destre nell’Italia del secondo dopoguerra, Soveria Manelli, Rubettino, 2021.

[23] E. D’Annibale, Rivolta contro il mondo moderno, in E. D’Annibale – V. De Sanctis – B. Donati, Il filoarabismo nero. Note su neofascismo italiano e mondo arabo (1945-1973), Roma, Nuova Cultura, 2019, p. 87. A differenza di quel che accadeva a Roma, a Milano la situazione del neofascismo era difficile e complessa. I tentativi di Domenico Leccisi, che aveva creato un partito clandestino ed era diventato noto grazie al trafugamento della salma di Mussolini, di ricreare una rinascita neofascista legale non diedero frutti. Come afferma Parlato: «Tutto ciò creava nel neofascismo settentrionale un fenomeno destinato a durare: una sorta di intransigentismo, dovuto alla durezza della situazione vissuta, inconciliabile con i compromessi che invece il neofascismo romano andava proponendo, in una situazione certamente più favorevole». G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, cit., p. 228.

[24] Archivio Centrale di Stato (d’ora in avanti ACS), Min. Interni, Gabinetto, 1946, b.196, fasc. 21348. Sulle azioni dei fascisti nel secondo dopoguerra si veda A. Baldoni, La Destra in italia (1945-1969), Roma, Pantheon, 1999.

[25] Istituto per la storia dell’età contemporanea (d’ora in avanti ISEC), Fondo Fasci di azione rivoluzionaria (Far), b.1, fasc. 1.

[26] ACS, Min. Interni, DGPS, Divisione Servizi Informativi e Speciali, sez. II, b. 45, fasc. Far, riportato in E. D’Annibale, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 88. Su Romualdi si veda anche: M. Viganò, Nota biografica a Romualdi, in P. Romualdi, Fascismo repubblicano, Milano, SugarCo, 1992; A. A. Mola, P.R., in Il Parlamento italiano 1861-1992, XXI, Gli anni difficili della Repubblica. La crisi politica e il terrorismo, Milano 1992, pp. 138 ss.; e infine G. Parlato, Romualdi, Giuseppe Nettuno, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 88 (2017), consultabile in linea in: https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-nettuno-romualdi_(Dizionario-Biografico)/.

[27] G. Pardini, Fascisti in democrazia. Uomini, idee, giornali (1946-1958), Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 22-23. L’autore riporta, grazie alla documentazione contenente le comunicazioni del questore di Roma inviate al Procuratore della Repubblica durante l’estate del 1950, come fosse monitorato quello che veniva inteso come un tentativo di Romualdi di abbandonare l’Uomo Qualunque di Giannini per dare vita a un nuovo soggetto partito, nelle mani del comitato dei Far e dei dirigenti reduci di Salò.

[28] N. Rao, Trilogia della celtica, Milano, Sperling & Kupfer, 2014, p. 20. In ambito storiografico si confronti anche: A. Villano, Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai «nazimaoisti», Milano, Luni Editrice, 2017; e A. Baldoni, Storia della destra. Dal postfascismo al Popolo della libertà, Firenze, Vallecchi, 2009.

[29] G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, cit., p. 234.

[30] M. Albanese & P. Del Hierro, Transnational fascism in the twentieth century. Spain, Italy and the Global Neo-Fascist Network, Londra, Bloomsbury Academic, 2016, p. 74. I due storici in questa pubblicazione fanno emergere come vi fossero diversi membri dei Far che si occuparono di tenere i contatti con i reduci fuggiti in Spagna nell’intento di costruzione di una rete internazionale.

[31] E. D’Annibale, Rivolta contro il mondo moderno, cit. p. 92. Questa scelta fra clandestinità eversiva totale e una via legale di tipo partitico non convinse tutti quanti. Molti, infatti, affermarono che l’abbandono dell’illegalità avrebbe comportato un tradimento dell’idea.

[32] G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, cit., p. 239.

[33] ACS, Carte Pini, b. 35, fasc. 1946. Ottobre- dicembre, riportato in G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, cit., pp. 396-401.

[34] ISEC, Fondo Far, b.1, fasc. 4. Per quel che riguarda il dibattito interno alla minoranza rimasta fedele al movimentismo fascista si rimanda a E. Cassina Wolf, L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista. 1945-1953, Milano, Mursia, 2012.

[35] ISEC, Fondo Far, b.1, fasc. 2.

[36] N. Tonietto, La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana (1943-1953), cit., p.148: «Gli stessi FAR ad esempio, si erano divisi in tre correnti: la prima, con a capo Romualdi, era entrata nel MSI approvando in pieno la scelta legalitaria; una seconda, guidata da Cesco Giulio Baghino, aveva deciso di continuare ad operare su due binari, iscrivendosi al MSI ma continuando ad agire clandestinamente; la terza, invece, che faceva capo a Lucci Chiarissi, aveva deciso di proseguire con convinzione la lotta clandestina». Si rimanda anche a A. Baldoni, Destra senza veli 1946-2017. Storia e retroscena dalla nascita del Msi ad oggi, Roma, Fergen, 2017.

[37] ACS, Min. Interni, Gabinetto, 1947, b.3, fasc. 55.

[38] G. Della Rossa, Una vita di pensiero e militanza, cit., pp. 148-149.

[39] Riguardo il denominato “fascismo di sinistra” si rimanda a P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Bologna, Il Mulino, 1996; G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2000; P. Buchignani, Ribelli d’Italia, Venezia, Marsilio Editore, 2017; P. Neglie, Il movimento sindacalista (Mo. Si.) tra neofascismo e scissione sindacale, 1945-1949, in «Storia Contemporanea», 1/1991, pp. 55-151.

[40] N. Guerra, I volontari italiani nelle Waffen-SS, cit., pp. 278-279.

[41] M. Prospero, Il pensiero politico della destra, Roma, Newton&Compton, 1996, p. 79. «Evola prende le distanze da Gentile reputando il suo contributo infetto dal virus della statolatria e contagiato dalla malattia liberale […] Evola è un neotradizionalista di destra che sogna di invertire il corso della modernità e recuperare così il gusto per i valori eroici e cavallereschi andati smarriti nell’età della massa. Il suo giudizio sul fascismo è nel complesso positivo. Ma non manca di sottolineare le perduranti debolezze di un’esperienza che prosegue la strada del liberalismo conservatore italiano e lavora in direzione di una nazionalizzazione sia pure autoritaria delle masse».

[42] Si vedano, in tal proposito, come introduzione alla vasta produzione di Evola: Rivolta contro il mondo moderno, Milano, Hoepli, 1934; Gli Uomini e le rovine, Roma, Edizioni dell’Ascia, 1953, e Orientamenti, Roma, Imperium, 1950.

[43] Cfr. P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo storico del Movimento sociale italiano, Bologna, Il Mulino, 1998.

[44] Come evidenziato da Giuseppe Parlato, il neofascismo si è caratterizzato per una scarsa capacità di storicizzazione del Ventennio, essendo incapace di superare la fase memorialista. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, cit., p. 37. Uno dei pochi tentativi, se non l’unico, da parte degli eredi del regime è stata l’opera in sei volumi scritta da Pino Rauti e da Sermonti, Storia del fascismo, Roma, Centro Editoriale Nazionale, 1984,

Leave a comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *