Storia contro Narrazione, progetti e futuri digitali per la storiografia della seconda guerra mondiale.

Giovanni Pietro Vitali*

*Université de Versailles Saint Quentin en Yvelines – Université Paris-Saclay

doi 10.53258/ISSN.2785-261X/OI/02/734

Ogni nuova pubblicazione, che si concentri sulle problematiche storiche della Seconda guerra mondiale, deve essere sempre essere salutata dalla comunità scientifica e dall’opinione pubblica come un contributo necessario al dibattito democratico del nostro paese. Essa infatti non è solo fonte di arricchimento per gli specialisti ma anche opportunità di riflessione sulle implicazioni sociali, e aggiungerei politiche, che un certo tipo di eventi storici hanno saputo imprimere sul nostro più recente passato, in modo da creare effetti tangibili sul presente.

Tony Judt descriveva questo concetto già nel 2000 all’interno della sua riflessione sul passato bellico europeo che ancora oggi credo sia di grande attualità:

I shall suggest that the ways in which the official versions of the war and post-war era have unravelled in recent years are indicative of unresolved problems that lie at the centre of the present continental crisis.[1]Ritengo che i modi in cui le versioni ufficiali della guerra e del dopoguerra si sono dipanate negli ultimi anni siano indicativi dei problemi irrisolti che si trovano al centro dell’attuale crisi continentale.

Volendo citare un esempio di come l’eredità della Seconda guerra mondiale sia ancora viva nell’attuale dibattito socio-politico italiano, è sufficiente citare i paragoni fatti tra l’esercito ucraino e la resistenza italiana al nazifascismo. In molte trasmissioni televisive, ma anche sui giornali e in sedi istituzionali si sono spesso descritte le truppe di Kiev come combattenti che resistono ad un’invasione straniera al pari del nostro Comitato di Liberazione Nazionale. Inoltre, in alcuni casi si è perfino sottolineato come certe strategie militari ucraine siano molto simili a quelle messe in campo dai nostri gruppi partigiani tra il ’43 e il ’45. Al di là delle diverse posizioni, specificando che in questa sede non si vuole suggerire nessun tipo di preferenza verso un punto di vista o l’altro, il dibattito si è talmente allargato, soprattutto nei primi tre mesi di conflitto, che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) ha preso parte alla discussione sottolineando l’impossibilità di un paragone tra la nostra resistenza e l’esercito ucraino.[2] Ciò dimostra come la memoria della nostra guerra di liberazione restia ancora oggi una chiave con cui la società civile legge ancora gli eventi del nostro presente.

Più in generale la Seconda guerra mondiale funziona da filtro per la percezione e la riflessione sul presente; per tale motivo credo si debba vedere in questa nuova uscita di Occupied Italy un’ulteriore preziosa occasione per rileggere alcuni avvenimenti storici al fine di dipanare la matassa in cui a volte storia e memoria/e si confondono. Le stragi nazifasciste, le deportazioni di massa e il ruolo della resistenza sono solo alcuni degli esempi di questioni ancora non completamente elaborate in Italia, inoltre, i tentativi di auto-assoluzione che hanno avuto luogo sin dal principio del nostro dopoguerra, non hanno di certo aiutato a concepire un corretto bilancio del secondo conflitto mondiale. Per anni si è ad esempio cercato di (ri)negoziare le azioni dei nostri soldati in rapporto a quelli tedeschi secondo l’ormai celebre adagio italiani brava gente.[3] Questo inesaurito dibattito si ripete ancora oggi a più riprese a causa di due fattori principali quali la vicinanza cronologica tra il nostro tempo e il secondo conflitto mondiale e le polarizzazioni ideologiche insite nella nostra politica. Sull’argomento, tra i vari contributi che propongono una lettura attenta di questo divario tra la storia e la memoria della Seconda guerra mondiale, mi sembra importante fare riferimento alla riflessione che Focardi imbastisce nel suo libro Il cattivo tedesco e il bravo italiano: La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale.[4] Lo storico indica perfettamente le tappe compiute dalla narrazione degli eventi storici che sono state spesso strumentalizzate per fini ideologici in modo da coadiuvare la riconsiderazione delle responsabilità belliche attribuendole principalmente [al]la bestia nazista.[5] Questa strumentalizzazione della storia, che spesso assume i tratti tipici del revisionismo, è un fenomeno che dimostra la nostra vicinanza emotiva al secondo conflitto mondiale che, come precisa anche Angelo Del Boca, è già avvertibile nel nostro paese nei primi anni del dopoguerra quando cominciano ad apparire le memorie o i diari dei capi militari che hanno condotto e perso la guerra e dei massimi gerarchi fascisti.[6]

Nonostante questo processo di polarizzazione e uso strumentale della storia parta da lontano e ancora oggi si faccia sentire in modo sostanziale nel nostro dibattito politico, sin dall’immediato dopoguerra si sono profusi anche gli sforzi della comunità degli storici al fine di scrivere una storia oggettiva e completa del conflitto mondiale. Nel corso del tempo questi sforzi si sono moltiplicati creando un humus fertile alla proliferazione di studi e alla nascita di fondazioni e associazioni di memoria storica che si sono progressivamente organizzate in rete favorendo il dialogo e lo scambio di opinioni e progetti. La riflessione che vorrei proporre in questo breve testo riguarda proprio la costruzione di un itinerario di ricerca comune agli storici che si occupano di materiali riguardanti la Seconda guerra mondiale, tale da poter adottare un approccio digitale come fattore unificante e irrinunciabile tra le varie iniziative scientifiche e di divulgazione che si stanno affermando, ogni giorno di più, in tutte le discipline in scienze umane e sociali.[7]

In un recente lavoro sulla repressione nazifascista sul territorio italiano, in cui ho sviluppato un atlante storico del fenomeno tra il 1943 e il 1945,[8] ho cercato di ricostruire e combinare, secondo la filosofia tipica dell’approccio Spatial Turn,[9] una importante quantità di dati differenti provenienti da diversi enti di memoria storica che citerò in seguito. In questo modo mi sono scontrato con le modalità attraverso le quali ogni istituzione classifica e gestisce i suoi dati. Quello che ho riscontrato è stato che, anche in ottimi lavori, alle volte si abbia una non sufficiente attenzione all’interoperabilità dei propri dati con quelli delle altre organizzazioni. L’obiettivo del mio atlante era quello di creare uno strumento tale da permettere una lettura degli episodi di guerra attraverso un approccio che permettesse l’osservazione delle dinamiche del conflitto tramite analisi close reading e distant reading, adattandolo l’approccio di Franco Moretti a questioni di natura storica piuttosto che letteraria.[10] Il lunghissimo lavoro di armonizzazione al quale ho dovuto sottomettere le migliaia di dati che ho manipolato in questa occasione, mi ha lungamente interrogato su quelle che sono le mancanze che oggi abbiamo in Italia nella concezione di un lavoro digitale in ambito storico. Credo infatti sia necessario, per un corretto avanzamento delle ricerche sulla Seconda guerra mondiale attraverso il digitale, stabilire criteri collettivi univoci nella creazione di banche dati o dataset che, allo stato attuale dell’arte, vengono prodotte indipendentemente secondo i criteri che ogni istituzione che si occupa del lavoro decide o lascia decidere da, alle volte, personale non specializzato.

La possibilità di svolgere le mie analisi e il supporto metodologico attraverso cui ripensare il mio dataset sulla repressione nazifascista è stata garantita da lavori e progetti precedenti che sono stati caratterizzati da anni di raccolta dati e analisi sugli arresti dei membri delle comunità ebraiche, le stragi e gli eccidi compiuti dai tedeschi o dai fascisti. In particolare, mi sono basato su due volumi fondamentali per la ricerca storica su questa materia. Il primo è naturalmente Il libro della memoria: gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945) di Liliana Graziella Picciotto Fargion, una raccolta di circa 8.900 biografie di ebrei trasportati nei campi di concentramento.[11] Fonte di informazioni storiche su tutti gli aspetti della deportazione, questo libro rappresenta anche una pietra miliare nella memoria delle comunità ebraiche italiane. Il secondo è Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), uno studio attento e rigoroso delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945) di Paolo Pezzino e Gianluca Fulvetti.[12] Questo libro è il risultato di un progetto più ampio avviato da grandi storici italiani e portato avanti grazie alla collaborazione con istituzioni tedesche. Queste fonti forniscono ai ricercatori un prezioso supporto per le loro analisi sull’uso della violenza da parte dei nazisti e dei fascisti durante la Seconda guerra mondiale in Italia.

La ricerca sulla deportazione, come quella su stragi ed eccidi, sono state al centro di un enorme sforzo teso a rendere dati e risultati di studi a disposizione di studiosi e ricercatori attraverso il digitale. Naturalmente il punto di partenza è sempre stato la creazione di database pensati e costruiti appositamente per materiali specifici. Il primo esempio che vorrei citare è quello della banca dati promossa dall’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (Istoreto – http://intranet.istoreto.it/) nella quale sono raccolti quattro tipi diversi di database: Il partigianato piemontese, le lapidi della città di Torino ai caduti per la liberazione, l’esodo istriano-fiumano-dalmata in Piemonte, e l’archivio della deportazione piemontese. Ampliando lo sguardo ci si rende conto di come la rete degli istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea in Italia, associazione coordinata dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (https://www.reteparri.it/), sia stata una delle realtà tra le più attive nella divulgazione di contenuti storici attraverso il digitale. Basti pensare al grande lavoro di catalogazione e messa a disposizione della base di dati delle ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, pubblicata online per la prima volta il 26 aprile 2007 (http://www.ultimelettere.it/). Questo prezioso lavoro ha visto la collaborazione di diversi studiosi tra cui credo sia d’uopo citare Igor Pizzirusso che ancora oggi arricchisce il progetto di nuovi testi. Altri due progetti di grandissimo spessore storico nati in seno alla rete degli archivi della resistenza sono senza dubbio la banca dati delle stampa clandestina tra il ’43 e il ’45 (http://www.stampaclandestina.it/), sotto il coordinamento scientifico di Alberto De Bernardi, e il progetto Data Spanish Civil War (http://www.antifascistispagna.it/) che sotto la direzione scientifica di Andrea Torre si propone di descrivere le traiettorie biografiche dei volontari italiani antifascisti di Spagna in un lasso di tempo che include 144 anni di storia: dal 20 gennaio 1973 – data di nascita del volontario più anziano – sino al 26 maggio 2016 – data di morte dell’ultimo.[13] Infine un ultimo esempio di un progetto dalla grande rilevanza storica è quello dell’Atlante delle stragi nazifasciste (http://www.straginazifasciste.it/). Questa banca dati, realizzata nel 2012 e finanziata anche dal governo tedesco, è guidato dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI, https://www.anpi.it/). Questo strumento offre ai ricercatori e al grande pubblico un quadro completo delle violenze commesse contro i civili dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945. Su questa piattaforma si può avere accesso ad un database online in cui poter consultare anche materiali di accompagnamento quali documentari, documenti iconografici o video relativi alle stragi ed eccidi. Il database, gestito dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione, cataloga e analizza i massacri e le uccisioni individuali di civili e partigiani avvenuti al di fuori del conflitto armato. Le stragi sono state commesse dalle truppe tedesche e dai membri della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943.

Un’altra istituzione di carattere storico che si è dimostrata estremamente sensibile all’uso del digitale è senza dubbio la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC, https://www.cdec.it/) di Milano. Nel corso degli anni il gruppo del CDEC, soprattutto grazie alla spinta di Laura Brazzo, responsabile dell’archivio e della digital library, non ha soltanto organizzato i suoi materiali per la consultazione e la gestione archivistica ma, in collaborazione con realtà come Regesta.exe (https://www.regesta.com/), si è preoccupata degli aspetti etici di tale lavoro imprimendo un’aperta filosofia open alla sua Digital Library (http://digital-library.cdec.it/cdec-web/). Questo esempio di buone pratiche crea un filo diretto tra la vita di archivi e fondazioni e la comunità accademica che si occupa di Digital Humanities. Ne è un esempio il quarto numero di Umanistica Digitale, il giornale dell’Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale (AIUCD),[14] uscito nel marzo del 2019 a cura di Laura Brazzo e Kepa J. Rodriguez, in cui sono stati pubblicati gli atti del workshop della European Holocaust Research Infrastructure (EHRI) tenutosi a Venezia il 29-30 giugno 2017 con il titolo: Data Sharing, Holocaust Documentation and the Digital Humanities: Best Practices, Case Studies and Benefits.[15] Il lungimirante investimento digitale del CDEC si muove inoltre su diversi altri aspetti come quello della creazione di un’ontologia, ancora in versione beta, al fine di descrive formalmente i concetti e le relazioni che caratterizzano e specificano il processo di persecuzione e deportazione degli ebrei dall’Italia fra il 1943 e il 1945.[16] Un ultimo esempio che desidero citare è quello del Linked Open Data (LOD) Navigator (https://dh.fbk.eu/technologies/lod-navigator), uno strumento digitale sviluppato da Sara Tonelli, Rachele Sprugnoli e Giovanni Moretti presso la Fondazione Bruno Kessler di Trento.[17] Il LOD Navigator prende come input i dati resi disponibili dal CDEC, in collaborazione con regesta.exe, e pubblicati in formato Linked Open Data per mostrare gli spostamenti delle vittime italiane della Shoah.[18]

Sulla base di questo clima intenso di progetti digitali intorno alla Seconda guerra mondiale, che naturalmente non si esaurisce a questa disanima in cui si citano solo come esempio alcuni dei progetti tra i più riusciti nella ricerca storica, si inserisce il mio lavoro di rielaborazione digitale della repressione tra il 1943 e il 1945. Come ho cercato di illustrare fino a qui, la priorità del lavoro digitale compiuto da enti e studiosi fino a questo punto è stato quello di organizzare banche dati per il reperimento dei materiali e la fruizione degli stessi in linea. A parte dunque alcuni casi come il LOD Navigator, alcune mappe dell’Atlante delle stragi nazifasciste e del Data Spanish Civil War, mi sembra che ancora non siano compiuti due passaggi fondamentali nelle modalità attraverso cui i materiali storici si possano pubblicare e elaborare in rete. In primo luogo, la Seconda guerra mondiale, così come la prima, rappresenta un caso particolarmente interessante perché la mole di documenti, e la conseguente massa di dati che se ne possono estrarre, è veramente considerevole. Ciò permette potenzialmente lo sviluppo di strumenti di visualizzazione tali da favorire letture diverse degli stessi eventi storici. Le due guerre mondiali furono esperienze collettive e come tali hanno prodotto una varietà eterogenea di corpora; penso ad esempio al corpus delle lettere dei condannati a morte della resistenza, e di liste strutturate di eventi, di cose e persone, un caso tra tutti le transport-liste con le generalità dei deportati. Tutti questi dati e testi oltre ad essere resi disponibili e poi problematizzati con i giusti strumenti dovrebbero anche seguire un certo tipo di riflessione critica sugli stessi dati e metadati con l’obiettivo di adeguare ogni lavoro ai criteri dell’Open Acces e della filosofia FAIR per cui tutto ciò che viene pubblicato in linea deve essere Findable, Accessible, Interoperable e Reusable.[19] Un esempio di come archivi, storici ed esperti digitali stiano lavorando in sinergia seguendo questo tipo di filosofia è lo sforzo profuso in Francia per il sito Mémoire des hommes (memoria degli uomini),[20] il portale culturale della del ministero della difesa in cui, oltre alle esposizioni digitali, sono presenti in libero accesso e liberamente scaricabili in formato tabulare interoperabile numerosi tipi di datasets contenenti un’enorme quantità di informazioni storicamente rilevanti.[21] Per la Seconda guerra mondiale possiamo citare ad esempio la lista integrale con le informazioni di tutti i militari francesi deceduti durante il secondo conflitto bellico oppure l’elenco con le generalità di tutti i morti causati dalla deportazione o per finire l’indice con tutte le vittime civili della seconda guerra mondiale. La comunità scientifica francese si sta inoltre concentrando su diversi tipi di progetti che in certi casi possono definirsi come pionieristici. Uno slancio particolare è stato dato senza dubbio dal grande investimento rappresentato dalla creazione di Huma-Num,[22] un’infrastruttura dalle grandi ambizioni e potenzialità che serve come punto di riferimento, dallo stoccaggio all’elaborazione dei dati per tutti i ricercatori in scienze umane e sociali che usano il digitale nel loro approccio metodologico. Giusto per citare un ultimo esempio di come si siano attivate molte buone pratiche intorno alla creazione di queste infrastrutture, la Biblioteca Nazionale di Francia ha creato un DataLab che ogni anno mette a bando delle piccole borse di studio che permettono a giovani ricercatori o gruppi di ricerca di finanziare progetti digitali che usino,[23] o arricchiscano, le collezioni di Gallica, la biblioteca digitale della Biblioteca nazionale di Francia e dei suoi più di duecento partner nazionali.[24] Intorno a queste opportunità sono nati progetti che in ambiente italiano faticano a svilupparsi come quello di Pierre Vernus (LARHRA), Eric de La Clergerie (Inria – ALMAnaCH), Marie Puren e Nicolas Bourgeois (Epitech – MNSHS) che col supporto del DataLab BNF stanno creando modelli per l’automatizzazione del riconoscimento testuale dei dibattiti parlamentari dell’Assemblea Nazionale francese al fine di facilitarne la ricerca e poter creare visualizzazioni relazionali tra i diversi soggetti trattati durante i lavori dell’istituzione.

Nel tentativo di trattare materiali storici con un approccio tipico della visualizzazione dati ho pensato che un esperimento ancora intentato fosse l’incrociare tipi diversi di banche dati permettendo di comparare diversi tipi di atti repressivi sulla popolazione civile italiana, compiuti dai nazisti e fascisti tra il 1943 e 1945. Grazie all’aiuto e alle competenze di Laura Brazzo per il CDEC e Igor Pizzirusso per l’Istituto nazionale Ferrucci Parri, sono riuscito ad armonizzare gli elenchi dei diversi database dell’Istituto e a costruire questa mia versione di un atlante della repressione nazifascista in cui poter verificare se per esempio ci siano patterns comuni tra la strategia del terrore applicata dall’esercito tedesco nel controllo del territorio italiano con i rastrellamenti che hanno visto come protagonisti i membri delle comunità ebraiche.[25] Questo atlante della repressione, uscito su Digital Scholarship in the Humanities nel 2021, si compone di una mappa  tematica (http://bit.ly/34iMZav)[26] e di una cronologica (http://bit.ly/2ps9omH).[27] Entrambe possono essere usate per verificare episodi di guerra in modo specifico oppure evidenziare linee comune nell’applicazione della violenza sul territorio localmente, regionalmente o sul piano nazionale. L’idea che deve guidare lo storico digitale nella creazione di uno studio come questo è quello di verificare idee e unirsi al dialogo con la letteratura scientifica ma deve anche corrispondere con la creazione di dati, corpora e strumenti da distribuire in modo FAIR per tutti coloro che vogliano verificare le loro teoria sugli stessi materiali.

Concludendo questo breve testo introduttivo vorrei chiudere con un auspicio. Il centenario della marcia su Roma apre in modo più o meno ufficiale un percorso che ci porterà progressivamente a ricordare molti altri anniversari fino a quello dello scoppio della Seconda guerra mondiale, e sarebbe veramente importante riuscire ad impostare un cammino digitale tra tutti quelli che si occupano del secondo conflitto mondiale in modo da sperimentare nuove strategie di analisi che ci portino a questo centenario con una consapevolezza piena di questo evento. I dati ci parlano della storia, saperli ascoltare e disporli in una visualizzazione è un processo cruciale per l’avanzamento del dibattito critico ma soprattutto uno strumento per combattere fenomeni di narrazione e revisionismo riguardanti memorie ancora calde come quelle che tradiscono la Seconda guerra mondiale. Creare dati, strutturare metadati e poi visualizzarli non lascia spazio all’interpretazione parziale degli eventi storici, diventa una risposta chiara e certa per chiunque voglia leggere la storia senza incorrere in mistificazioni e lasciare spazio a narrazioni.


[1] Tony Judt, «The Past Is Another Country: Myth and Memory in Postwar Europe», in The Politics of Retribution in Europe, a c. di István Deák, Jan T. Gross, e Tony Judt (Princeton University Press, 2000), 293–324, https://doi.org/10.1515/9781400832057-013.

[2] «Blog | L’Anpi ha completamente ragione: la Resistenza italiana non si può paragonare a quella ucraina», Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2022, https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/21/lanpi-ha-completamente-ragione-la-resistenza-italiana-non-si-puo-paragonare-a-quella-ucraina/6566570/.

[3] L’espressione si deve al titolo del film di Giuseppe De Santis, Italiani, brava gente (1965), in cui i soldati italiani in Russia si distinguono dai nazisti per la loro umanità e generosità.

[4] Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano: La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (Gius. Laterza & Figli Spa, 2016).

[5] Ivi, p. 155.

[6] Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (Neri Pozza, 2009).

[7] Non a caso il convegno annuale dell’Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale (AIUCD) aveva per titolo La svolta inevitabile: sfide e prospettive per l’Informatica Umanistica. Cfr. Cristina Marras et al., «Atti del IX Convegno Annuale AIUCD. La svolta inevitabile: sfide e prospettive per l’Informatica Umanistica.», text, 2020, https://doi.org/10.6092/UNIBO/AMSACTA/6316.

[8] Giovanni Pietro Vitali, «Visualizing second world war violence through an Atlas of Nazi–Fascist Repression», Digital Scholarship in the Humanities, 15 settembre 2021, fqab070, https://doi.org/10.1093/llc/fqab070.

[9] Lo Spatial Turn è un approccio metodologico che pone l’accento sul luogo e sullo spazio nelle scienze sociali e umane. È strettamente legato agli studi quantitativi di storia, letteratura, cartografia e altri studi sulla società. Cfr.Angelo Torre, «A “Spatial Turn” in History? Landscapes, Visions, Resources», Annales. Histoire, Sciences Sociales 63, n. 5 (21 novembre 2008): 1127–44.

[10] Cfr. Franco Moretti, Distant reading (London ; New York: Verso, 2013).

[11] Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria: gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), 1. ed., Testimonianze fra cronaca e storia (Milano: Mursia, 2002).

[12] Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino, a c. di, Zone di guerra, geografie di sangue: l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia: (1943-1945) (Bologna: Società editrice Il mulino, 2016).

[13] Cit. http://www.antifascistispagna.it/?page_id=1966

[14] Laura Brazzo e Kepa J. Rodriguez, «Data Sharing, Holocaust Documentation and the Digital Humanities: Best Practices, Case Studies and Benefits», Umanistica Digitale, n. 4 (1 marzo 2019), https://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/9035.

[15] https://www.unive.it/data/agenda/2/10607

[16] Cit. http://dati.cdec.it/

[17] Rachele Sprugnoli, Giovanni Moretti, e Sara Tonelli, «LOD Navigator: Tracing Movements of Italian Shoah Victims», Umanistica Digitale 3, n. 4 (1 marzo 2019), https://doi.org/10.6092/issn.2532-8816/9050.

[18] «LOD Navigator | Digital Humanities – DH», consultato 30 ottobre 2019, https://dh.fbk.eu/technologies/lod-navigator.

[19] https://www.go-fair.org/fair-principles/

[20] https://www.memoiredeshommes.sga.defense.gouv.fr/

[21] https://www.memoiredeshommes.sga.defense.gouv.fr/fr/arkotheque/navigation_facette/index.php?f=opendata

[22] https://www.huma-num.fr/

[23] https://www.bnf.fr/fr/bnf-datalab

[24] https://gallica.bnf.fr/

[25] Paolo Pezzino, «The German Military Occupation of Italy and the War against Civilians», Modern Italy 12, n. 2 (giugno 2007): 173–88 (p.175), https://doi.org/10.1080/13532940701362714.

[26] Il link intero è: https://digitalkoine.github.io/atlas_nazifascist_repression/

Il repository del progetto si trova a questo indirizzo: https://github.com/digitalkoine/atlas_nazifascist_repression.

[27] Il link intero è: https://digitalkoine.github.io/atlas_nazifascist_chronology/

Il repository del progetto si trova a questo indirizzo: https://github.com/digitalkoine/atlas_nazifascist_chronology